È proprio questo che accade a me quando penso a una vecchia ninna nanna che la mia dolce mamma mi cantava quando ero piccolina. Non ricordo con esattezza quando la cantasse, né riesco a ricostruire ogni momento di quelle sere, ma ricordo il suo suono. E soprattutto ricordo alcune parole che, nella mia memoria di bambina, erano rimaste così:
a ro ro mesò…
a ro ro petasso de mi corazón…”
Per tanti anni non ho saputo che cosa significassero davvero. E, a dire il vero, da bambina non mi interessava nemmeno saperlo. Quelle parole appartenevano alla voce della mamma, alle sue braccia, alla sensazione rassicurante di essere lì, al sicuro, mentre qualcuno che ci ama ci accompagna dolcemente verso il sonno.
Forse è proprio questo il bello di certi ricordi dell'infanzia: non abbiamo bisogno di comprenderli per conservarli. Ci entrano dentro attraverso i sensi, attraverso una voce, un profumo, una carezza, una canzone… e rimangono lì, in una parte del cuore dove il tempo sembra avere meno potere.
Una scoperta arrivata dopo tanti anni
E così quelle parole che io ricordavo come “petasso de mi corazón” hanno finalmente trovato una forma più precisa:
arrorró, mi sol,
arrorró, pedazo
de mi corazón…”
“Pedazo de mi corazón” significa “pezzetto del mio cuore”, “un pezzo del mio cuore”.
E quando l'ho scoperto ho sorriso.
Perché, pensando alla mia storia, mi è sembrato che non potessero esserci parole più appropriate.
Quella ninna nanna, infatti, non apparteneva soltanto a me e alla mia mamma. Era arrivata da molto più lontano, attraversando il tempo e persino l'oceano, passando di donna in donna fino ad arrivare a me.
Prima di essere cantata dalla mia mamma, era stata cantata alla mia mamma dalla mia nonnina Rochelia, che aveva vissuto in Argentina.
E improvvisamente, attraverso una semplice melodia, mi sono ritrovata davanti a tre generazioni di donne.
La mia nonnina Rochelia.
La mia mamma Mara, Maria Luisa.
E io, bambina, stretta tra le braccia della mia mamma.
Tre donne, tre epoche diverse, tre vite diverse, unite da poche parole cantate sottovoce.
Io da piccola
Una ninna nanna arrivata fino a noi
Eccola nella versione che ho ritrovato:
Arrorró, mi niño
Arrorró mi niño,arrorró mi sol,
arrorró pedazo
de mi corazón.
se quiere dormir,
y el pícaro sueño
no quiere venir.
Este niño lindo
que nació de día,
quiere que lo lleven
a la dulcería.
Este niño lindo
que nació de noche,
quiere que lo lleven
a pasear en coche.
Arrorró mi niño,
arrorró mi sol,
arrorró pedazo
de mi corazón.
È una piccola storia fatta di sonno che non arriva, desiderio di dolci e persino voglia di andare a fare un giro in carrozza. E forse proprio questa semplicità la rende così tenera.
Perché dietro quelle parole c'è, ancora una volta, una mamma che cerca di accompagnare il proprio bambino verso il sonno, mentre il piccolo, evidentemente, ha già qualche idea molto più interessante su come trascorrere la serata!
La traduzione in italiano
ninna nanna, mio sole,
ninna nanna, pezzetto
del mio cuore.
Questo bel bambino
vuole dormire,
e il birbante del sonno
non vuole venire.
Questo bel bambino
che è nato di giorno,
vuole che lo portino
al negozio di dolci.
Questo bel bambino
che è nato di notte,
vuole che lo portino
a fare un giro in carrozza.
Ninna nanna, mio bambino,
ninna nanna, mio sole,
ninna nanna, pezzetto
del mio cuore.
Mi piace pensare a tutte le mamme e le nonne che, in tempi diversi e in luoghi lontani, hanno pronunciato queste parole. Forse con la stessa dolcezza, forse con melodie leggermente diverse, forse cambiando qualche parola secondo la propria lingua o la propria tradizione.
E chissà quante bambine e quanti bambini si sono addormentati ascoltandole.
Totinho, un piccolo pezzo della mia infanzia
La sua voce, per esempio.
O, forse, dovrei dire ciò che della sua voce è rimasto dentro di me.
Perché una voce amata non scompare davvero. Rimane in certi angoli della memoria e, qualche volta, basta una melodia per farla tornare sorprendentemente vicina.
Io ho anche un piccolo tesoro che custodisco con grandissimo affetto: un bambolotto degli anni Trenta, Minerva Germany, con la testolina in celluloide e il corpo in stoffa.
Era il bambolotto della mia mamma.
Lei lo chiamava Totò.
Io, con un pizzico di tenerezza e forse anche di fantasia, gli ho dato un nome tutto mio: Totinho.
E sapete cosa faccio qualche volta?
Gli canto proprio quella ninna nanna.
Sì, proprio a lui.
Forse a qualcuno potrà sembrare un gesto curioso, ma per me è una piccola abitudine piena di significato. Quando canto “Arrorró, mi niño”, non sto semplicemente cantando una vecchia ninna nanna a un bambolotto.
È come se, per qualche istante, il tempo facesse un piccolo girotondo.
La ninna nanna che la mia nonnina Rochelia cantava alla mia mamma.
La ninna nanna che la mia mamma cantava a me.
E che oggi io canto ancora, piano piano, a Totinho.
E così, intorno a quella vecchia melodia, ritrovo tutte e tre.
La nonna.
La mamma.
E la bambina che sono stata.
Quello che la memoria decide di conservare
Anzi, spesso lascia andare moltissime cose.
Dimentichiamo date, conversazioni, dettagli, persino alcuni momenti che un tempo ci sembravano importanti. Eppure, quasi magicamente, conserva ciò che il cuore non vuole perdere.
Una voce.
Una ninna nanna.
Una carezza.
Un profumo.
Un vecchio giocattolo.
Una parola pronunciata chissà quante volte.
Le parole possono sbiadire, i volti possono diventare più lontani e gli anni possono passare, ma una melodia ascoltata tra le braccia di qualcuno che ci amava può rimanere dentro di noi per tutta la vita.
E forse non è un caso che io abbia ricordato proprio quella frase:
Perché in fondo è questo che sono i nostri ricordi più cari: piccoli pezzi della nostra storia che continuano ad abitare dentro di noi.
Non fanno rumore.
Non chiedono attenzione.
Restano lì, in silenzio, fino a quando qualcosa li richiama.
Una fotografia.
Un profumo.
Un vecchio oggetto.
Una canzone.
O magari una ninna nanna.
E allora canto ancora
mi piace pensare che, da qualche parte dentro di me, ci sia ancora quella bambina che ascoltava la voce della sua mamma.
La stessa bambina che non sapeva cosa significassero quelle parole e che forse non avrebbe mai immaginato che, tanti anni dopo, avrebbe cercato il loro significato.
E mi piace anche pensare che, attraverso quella melodia, una piccola parte della voce della mia mamma continui a viaggiare.
Dalla mia nonnina Rochelia alla mamma.
Dalla mamma a me.
E da me, chissà, forse un giorno ancora più lontano.
È una piccola eredità fatta non di cose preziose, ma di emozioni.
Di quelle che non si possono mettere in una scatola e chiudere con un nastro, ma che possiamo custodire dentro di noi e, quando ne abbiamo voglia, tornare ad aprire.
E allora, ogni tanto, canto ancora.
Canto a Totinho.
Sorrido al ricordo di quella bambina che trasformava le parole senza conoscerne il significato.
E per qualche minuto mi sembra quasi di sentire la voce della mamma.
Forse è proprio questo il dono più bello che ci fanno le persone che abbiamo amato: ci lasciano qualcosa che continua a vivere anche quando loro non sono più accanto a noi.
Perché ci sono ricordi che non abitano soltanto nella mente.
Abitano nel cuore.
E aspettano soltanto una melodia per tornare a farsi sentire.
Raffaella


