Carissimi amici del Giardino Interiore,
oggi vorrei fare qualcosa di diverso. Non il solito post, non un pensiero fugace, ma un vero e proprio invito: sediamoci un attimo insieme.
Voglio aprirvi il mio cuore e iniziare con voi un viaggio, condividendo non solo delle parole, ma un pezzo della mia anima. È una storia intima che si svela piano piano, capitolo dopo capitolo, fatta di passione per la voce e per l'ascolto che mi accompagna da sempre, e di quei sogni delicati che, con il tempo e la pazienza, stanno ancora cercando la loro forma.
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Ci sono passioni che non irrompono nella vita come un temporale estivo, ma si fanno strada in punta di piedi, lentamente, quasi fossero un sottofondo gentile che ti accompagna fin dall'infanzia e cresce, silenzioso, insieme a te. La mia, da sempre, ha avuto un suono ben preciso, capace di scaldarmi dentro: il suono della voce umana.
Porto ancora un'immagine vivida e nitida impressa nel mio cuore. Io, piccolissima, per mano ai miei genitori nella grande e caotica stazione Termini di Roma. Mentre il mondo attorno a noi correva, io rimanevo lì, incantata, rapita ad ascoltare quella voce. Non le chiacchiere, ma la voce ufficiale che annunciava l'arrivo e la partenza dei treni. Era una voce chiara, sicura, incredibilmente presente, capace di trasmettermi un rassicurante senso di ordine e di guida in quel caos. L'ascoltavo con un'ammirazione quasi sacra e, dentro di me, con l'innocenza di una bambina, fantasticavo: "Chissà se un giorno potrò essere io quella voce?".
Quel piccolo incanto, quella sensibilità verso le voci, mi ha sempre accompagnata crescendo. Fin da bambina, infatti, ero dolcemente affascinata da quelle che sentivo uscire dalla radio di casa. Più che la musica, mi colpiva quella magia sottile, quasi alchemica, capace di creare una vicinanza profonda senza alcun bisogno di immagini. Era un potere incredibile: bastava un timbro, un'inflessione, una voce per evocare mondi interi, per accendere la fantasia e colorare la giornata di una luce diversa.
Potrei definire “galeotta” un'emittente radiofonica che, con la complicità del mare, mi ha regalato un pezzo indelebile della mia infanzia. Riesco ancora a sentire l'odore della salsedine mescolato a quelle note e al fruscio leggero delle onde in sottofondo. Non era una radio qualunque, era la colonna sonora delle mie estati, un soffio di musica che si diffondeva attraverso gli altoparlanti sbiaditi dal sole, irradiando direttamente sulla sabbia calda. Ogni brano, ogni annuncio, sembrava scritto apposta per quel preciso istante, un legame invisibile tra la mia spensieratezza e l'etere.
Questa consapevolezza, che il suono potesse plasmare le emozioni e i ricordi, crebbe ulteriormente quando mi innamorai di Teleradiostereo, una delle prime, coraggiose, emittenti private romane che segnarono un'epoca.
Ricordo perfettamente: la mia voce di bambina provava a catturare l'essenza della mia conduttrice preferita degli anni '70, Davina. Insieme a Dario, formavano una coppia iconica, le cui trasmissioni non erano semplici programmi radiofonici, ma veri e propri appuntamenti con l'incanto, momenti sospesi nel tempo che attendevo con ansia. Entrambi possedevano voci meravigliose, timbri che accarezzavano l'aria con una delicatezza e un'eleganza d'altri tempi. Seduta sul tappeto, con l'orecchio incollato alla radio, cercavo, a modo mio, di riprodurne il tono, la cadenza pacata, sognando ad occhi aperti di essere un giorno anch'io dietro quel microfono, a tessere quella stessa magia.
Quella passione profonda per la voce e il suo potere espressivo trovò presto un nuovo, inaspettato palcoscenico.
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Qualche anno più tardi, quando i miei genitori acquistarono una segreteria telefonica per casa, per me fu una vera festa, l'occasione perfetta per sperimentare in prima persona quell'arte.
Mi divertivo a registrare i messaggi, scegliendo con cura le parole e inserendo una musica di sottofondo che li accompagnasse in modo delicato e accogliente, quasi volessi trasformare anche un semplice messaggio in un momento di piccola radiofonia domestica.
In quei brevi messaggi in segreteria, la ricerca del tono giusto, del ritmo perfetto, si faceva viva, un piccolo atto d'amore per la comunicazione che avevo imparato ad amare in riva al mare, ascoltando quelle voci meravigliose.
Ma fu in un'occasione speciale che compresi davvero la forza della voce come strumento di cura e vicinanza.
Ero alle scuole superiori e ricordo come fosse ieri il piacere, e la responsabilità, di registrare alcune riflessioni tratte da "Un'arte di vivere" di Amadeus Voldben, un autore che ho nel cuore e i cui testi conservo ancora oggi nella mia biblioteca. Decisi di raccogliere quelle perle di saggezza, così utili per lo spirito, e di inciderle su una cassetta che avrei regalato a una mia cara amica che attraversava un momento particolare della sua vita. In quell'atto, registrando la mia voce con cura e affetto, ho messo in pratica tutto ciò che avevo imparato, usando il tono giusto per accompagnare quelle parole, felice di restituire quel pizzico di magia e compagnia che la radio aveva regalato a me da bambina.
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Col tempo, sentii sempre più nascere un desiderio impellente: volevo andare oltre, volevo usare la mia voce, sperimentarla, mettermi finalmente dall'altra parte del microfono. Registrare, riascoltarmi, modulare il suono non era un compito, ma un gioco fatto di pura intuizione e curiosità infinita.
Non sapevo ancora dove tutto questo mi avrebbe condotta, né che forma avrebbe preso nel futuro. Ma una cosa, nel profondo, era chiara: la voce avrebbe avuto un posto importante, anzi, fondamentale, nella mia vita.
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Questo post è il primo capitolo della serie «La mia storia con la voce».
Prossimamente: La Parte 2 sarà disponibile il 7 Febbraio 2026



