sabato 31 gennaio 2026

La mia storia con la voce - Parte 1 - Quando una voce accende un sogno


Carissimi amici del Giardino Interiore,

oggi vorrei fare qualcosa di diverso. Non il solito post, non un pensiero fugace, ma un vero e proprio invito: sediamoci un attimo insieme.

Voglio aprirvi il mio cuore e iniziare con voi un viaggio, condividendo non solo delle parole, ma un pezzo della mia anima. È una storia intima che si svela piano piano, capitolo dopo capitolo, fatta di passione per la voce e per l'ascolto che mi accompagna da sempre, e di quei sogni delicati che, con il tempo e la pazienza, stanno ancora cercando la loro forma.

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Ci sono passioni che non irrompono nella vita come un temporale estivo, ma si fanno strada in punta di piedi, lentamente, quasi fossero un sottofondo gentile che ti accompagna fin dall'infanzia e cresce, silenzioso, insieme a te. La mia, da sempre, ha avuto un suono ben preciso, capace di scaldarmi dentro: il suono della voce umana.

Porto ancora un'immagine vivida e nitida impressa nel mio cuore. Io, piccolissima, per mano ai miei genitori nella grande e caotica stazione Termini di Roma. Mentre il mondo attorno a noi correva, io rimanevo lì, incantata, rapita ad ascoltare quella voce. Non le chiacchiere, ma la voce ufficiale che annunciava l'arrivo e la partenza dei treni. Era una voce chiara, sicura, incredibilmente presente, capace di trasmettermi un rassicurante senso di ordine e di guida in quel caos. L'ascoltavo con un'ammirazione quasi sacra e, dentro di me, con l'innocenza di una bambina, fantasticavo: "Chissà se un giorno potrò essere io quella voce?".

Quel piccolo incanto, quella sensibilità verso le voci, mi ha sempre accompagnata crescendo. Fin da bambina, infatti, ero dolcemente affascinata da quelle che sentivo uscire dalla radio di casa. Più che la musica, mi colpiva quella magia sottile, quasi alchemica, capace di creare una vicinanza profonda senza alcun bisogno di immagini. Era un potere incredibile: bastava un timbro, un'inflessione, una voce per evocare mondi interi, per accendere la fantasia e colorare la giornata di una luce diversa.

Potrei definire “galeotta” un'emittente radiofonica che, con la complicità del mare, mi ha regalato un pezzo indelebile della mia infanzia. Riesco ancora a sentire l'odore della salsedine mescolato a quelle note e al fruscio leggero delle onde in sottofondo. Non era una radio qualunque, era la colonna sonora delle mie estati, un soffio di musica che si diffondeva attraverso gli altoparlanti sbiaditi dal sole, irradiando direttamente sulla sabbia calda. Ogni brano, ogni annuncio, sembrava scritto apposta per quel preciso istante, un legame invisibile tra la mia spensieratezza e l'etere.

Questa consapevolezza, che il suono potesse plasmare le emozioni e i ricordi, crebbe ulteriormente quando mi innamorai di Teleradiostereo, una delle prime, coraggiose, emittenti private romane che segnarono un'epoca.

Ricordo perfettamente: la mia voce di bambina provava a catturare l'essenza della mia conduttrice preferita degli anni '70, Davina. Insieme a Dario, formavano una coppia iconica, le cui trasmissioni non erano semplici programmi radiofonici, ma veri e propri appuntamenti con l'incanto, momenti sospesi nel tempo che attendevo con ansia. Entrambi possedevano voci meravigliose, timbri che accarezzavano l'aria con una delicatezza e un'eleganza d'altri tempi. Seduta sul tappeto, con l'orecchio incollato alla radio, cercavo, a modo mio, di riprodurne il tono, la cadenza pacata, sognando ad occhi aperti di essere un giorno anch'io dietro quel microfono, a tessere quella stessa magia.

Quella passione profonda per la voce e il suo potere espressivo trovò presto un nuovo, inaspettato palcoscenico.

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Qualche anno più tardi, quando i miei genitori acquistarono una segreteria telefonica per casa, per me fu una vera festa, l'occasione perfetta per sperimentare in prima persona quell'arte. 

Mi divertivo a registrare i messaggi, scegliendo con cura le parole e inserendo una musica di sottofondo che li accompagnasse in modo delicato e accogliente, quasi volessi trasformare anche un semplice messaggio in un momento di piccola radiofonia domestica.

In quei brevi messaggi in segreteria, la ricerca del tono giusto, del ritmo perfetto, si faceva viva, un piccolo atto d'amore per la comunicazione che avevo imparato ad amare in riva al mare, ascoltando quelle voci meravigliose.

Ma fu in un'occasione speciale che compresi davvero la forza della voce come strumento di cura e vicinanza.

Ero alle scuole superiori e ricordo come fosse ieri il piacere, e la responsabilità, di registrare alcune riflessioni tratte da "Un'arte di vivere" di Amadeus Voldben, un autore che ho nel cuore e i cui testi conservo ancora oggi nella mia biblioteca. Decisi di raccogliere quelle perle di saggezza, così utili per lo spirito, e di inciderle su una cassetta che avrei regalato a una mia cara amica che attraversava un momento particolare della sua vita. In quell'atto, registrando la mia voce con cura e affetto, ho messo in pratica tutto ciò che avevo imparato, usando il tono giusto per accompagnare quelle parole, felice di restituire quel pizzico di magia e compagnia che la radio aveva regalato a me da bambina.

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Col tempo, sentii sempre più nascere un desiderio impellente: volevo andare oltre, volevo usare la mia voce, sperimentarla, mettermi finalmente dall'altra parte del microfono. Registrare, riascoltarmi, modulare il suono non era un compito, ma un gioco fatto di pura intuizione e curiosità infinita.

Non sapevo ancora dove tutto questo mi avrebbe condotta, né che forma avrebbe preso nel futuro. Ma una cosa, nel profondo, era chiara: la voce avrebbe avuto un posto importante, anzi, fondamentale, nella mia vita.

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Questo post è il primo capitolo della serie «La mia storia con la voce».

Prossimamente: La Parte 2 sarà disponibile il 7 Febbraio 2026


lunedì 29 dicembre 2025

2026 · Un nuovo anno da accogliere, come augurio di pace


Il nuovo anno si avvicina in punta di piedi.

Non fa rumore, non chiede promesse solenni, non pretende liste infinite di obiettivi. Arriva così com’è: come una soglia da attraversare, come una pagina ancora bianca che attende di essere abitata.

In questo tempo di passaggio sento il bisogno di fare spazio, più che di fare bilanci.

Di lasciare che ciò che è stato trovi il suo posto dentro di me, senza fretta di giudicare, senza la necessità di dare subito un senso a tutto. Alcuni giorni dell’anno che si chiude li porto nel cuore con leggerezza, altri con un silenzio più profondo, ma tutti hanno contribuito a modellare il mio sguardo e il mio modo di stare nel mondo.

Ci sono esperienze che hanno lasciato sorrisi, altre che hanno chiesto pazienza, altre ancora che mi hanno insegnato a rallentare e ad ascoltare di più. Anche ciò che non si è compiuto, anche ciò che è rimasto in sospeso, ha avuto un suo valore. Nulla è andato perduto, se ha saputo insegnarmi qualcosa su chi sono e su ciò che conta davvero per me.

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Con l’arrivo del 2026 non sento il desiderio di augurare “di più”, ma di meglio:

  • Migliore ascolto
  • Migliore presenza
  • Migliore fedeltà a ciò che, nel profondo, siamo davvero.

Viviamo in un tempo che ci spinge continuamente ad accelerare, a riempire, a dimostrare. Eppure, ciò che nutre l’anima nasce quasi sempre dal contrario: dalla lentezza, dal silenzio, dalla capacità di restare.

Entrare nel nuovo anno con passo lieve significa non forzarsi a essere diversi, ma concedersi di essere più autentici. Significa imparare a rispettare i propri tempi, accogliere i propri limiti, onorare anche le fragilità come parte del cammino.

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C’è un augurio che sento particolarmente vicino: non perdere il contatto con il proprio centro.

Quel luogo interiore in cui possiamo tornare ogni volta che il mondo diventa troppo rumoroso, ogni volta che le aspettative ci allontanano da noi stessi.

Che il 2026 possa regalarci la capacità di respirare prima di reagire, di ascoltare prima di giudicare, di scegliere con il cuore prima che con la paura. Che possa insegnarci a riconoscere ciò che è essenziale e a lasciare andare ciò che appesantisce.

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Nel nuovo anno non auguro perfezione, ma gentilezza.

Non auguro assenza di dolore, ma forza interiore.

Non auguro strade facili, ma sguardi capaci di trovare senso anche nei passaggi più difficili.

E auguro, a ciascuno di noi, di non dimenticare la bellezza delle cose semplici: una parola sincera, un tempo condiviso, un gesto di cura, un silenzio che consola.

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Il Giardino Interiore continuerà a essere questo: uno spazio senza fretta, dove le parole non servono a riempire, ma a far respirare. Un luogo dove fermarsi, sostare, ritrovarsi.

Con questo spirito, auguro a chi legge un Nuovo Anno abitato, vissuto con consapevolezza, attraversato con coraggio e custodito con amore.

Che il 2026 sia per tutti noi un anno in cui imparare, un po’ di più, a stare… con noi stessi, con gli altri, con la vita.

Con affetto e gratitudine,

Raffaella

sabato 20 dicembre 2025

Natale: tornare all’essenziale


Il Natale è un tempo che invita a rallentare, a ritrovare il silenzio e a tornare all’essenziale.

In questo spazio del Giardino Interiore desidero condividere una riflessione sul vero significato del Natale: una Festa che parla di spiritualità, memoria, attesa e speranza, lontana dal rumore del consumismo e più vicina al cuore.

Prima di iniziare questo nuovo pensiero, sento il desiderio di invitarti, se vorrai, a rileggere un mio post scritto nel Natale del 2013. È un testo nato in un altro tempo della mia vita, ma che continua a parlarmi ancora oggi, come fanno le parole sincere quando attraversano gli anni senza perdere verità.

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Ogni Natale, puntuale, mi invita a fermarmi. A rallentare. A guardarmi dentro.

È una Festa che porta luce, sì, ma anche profondità. E spesso, insieme alla gioia, fa riaffiorare emozioni più intime, delicate, talvolta malinconiche.

La mancanza delle persone care, in questo periodo, si fa sentire con maggiore intensità. Alcuni posti vuoti diventano più evidenti, alcuni silenzi più rumorosi. Tornano alla mente ricordi preziosi, momenti condivisi, gesti semplici che oggi vivono solo nella memoria. È una nostalgia dolce e dolorosa insieme, perché ci ricorda che certi attimi non torneranno, ma che proprio per questo hanno avuto un valore immenso.

Nel mio Giardino Interiore, il Natale è anche questo: uno spazio in cui accogliere la memoria senza respingerla, lasciando che i ricordi diventino carezze dell’anima, non ferite aperte. È un tempo in cui imparare a stare con ciò che c’è, e anche con ciò che non c’è più.

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Negli anni ho riflettuto spesso su come il Natale venga vissuto oggi. La frenesia, il consumo, l’ansia di dover riempire ogni spazio rischiano di farci perdere il senso profondo di questa Festa. Eppure, il Natale nasce nella semplicità, nel silenzio, nell’essenziale.

La vera attesa non è quella del regalo perfetto, ma di un incontro. È l’attesa di una luce che nasce nella notte, di una speranza che si fa piccola per poter entrare nel cuore di tutti. È una Festa che ci chiede meno cose e più presenza, meno apparenza e più verità.

Prepararsi al Natale, per me, significa tornare a uno sguardo più umano e più compassionevole. Significa riscoprire il valore del tempo donato, dell’ascolto sincero, della vicinanza emotiva. A volte basta poco: una parola gentile, una mano tesa, un silenzio condiviso.

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La tradizione cristiana ci offre un’immagine semplice e potente: la famiglia di Nazareth. Una famiglia povera di beni, ma ricca di amore, fiducia e affidamento. È un richiamo forte a fare delle nostre case luoghi di pace, dove il cuore possa riposare e sentirsi accolto.

In un mondo che spesso confonde il valore con il possesso, il Natale ci ricorda che ciò che conta davvero non si compra. Si vive. Si custodisce. Si condivide.

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Il mio augurio è che questo Natale possa essere per ciascuno di noi un ritorno all’essenziale.

Che ci aiuti a fare pace con la nostalgia, a trasformare la mancanza in gratitudine, il ricordo in luce. Che possa donarci uno sguardo più profondo sulla vita, sulle relazioni che ci abitano e su ciò che davvero nutre l’anima.

Se queste parole hanno trovato spazio nel tuo cuore, fermati un istante. Respira.

Il Natale, a volte, comincia proprio da qui.

Con affetto,

Raffaella


giovedì 11 dicembre 2025

Respirare per ritrovare calma


Cari amici del Giardino Interiore,

ci sono giorni in cui il ritmo della vita sembra accelerare, e noi, senza quasi accorgercene, gli andiamo dietro. Le ore scorrono veloci, il corpo si tende, la mente corre. È in quei momenti che il respiro si fa corto, trattenuto, e la calma ci sfugge dalle mani.

Qualche tempo fa mi è accaduto di provarlo sulla mia pelle. All’improvviso, senza un vero motivo, ho avvertito un forte cardiopalmo. Il cuore batteva in modo irregolare, come se avesse perso il suo ritmo naturale. Non era solo paura: era anche un segnale.

Dopo una visita accurata, il medico mi ha rassicurata, ma mi ha anche lasciato un consiglio prezioso: “Quando succede, respiri lentamente. Respiri al quadrato.

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Il respiro al quadrato è una pratica semplice, eppure sorprendente nella sua efficacia. Consiste nel:
  • inspirare per quattro secondi,
  • trattenere il respiro per altri quattro,
  • espirare lentamente per quattro,
  • e infine restare in silenzio per altri quattro, prima di ricominciare.
È un ritmo gentile, quasi una danza.
All’inizio può sembrare meccanico, ma poi diventa naturale, come un abbraccio tra corpo e mente.
Dopo qualche ciclo, sento il battito che rallenta, i muscoli che si distendono, i pensieri che si placano.

È come se ogni respiro mi riconducesse lentamente verso il mio centro, quel punto tranquillo dentro di me dove tutto torna a respirare insieme: corpo, cuore, anima.

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Respirare profondamente non è solo un gesto fisico.
È un modo per prendersi cura di sé, per tornare presenti, per dire al corpo “va tutto bene”.
Quando il respiro si fa lento, il battito cardiaco rallenta, la pressione si stabilizza, il sistema nervoso si riequilibra.
È una medicina sottile, silenziosa, sempre a portata di mano, che ci aiuta a gestire lo stress, a contenere l’ansia, a non perdere il contatto con ciò che siamo veramente.

Come scriveva Christian Bobin,
Respirare è vedere il mondo entrare in sé e lasciarlo uscire, leggermente trasformato.

Ogni respiro consapevole trasforma. Porta chiarezza dove c’è confusione, calma dove c’è paura, fiducia dove c’è smarrimento.

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Da quando pratico questo esercizio, ho imparato che la calma non è qualcosa da trovare, ma da coltivare.
Anche nei giorni più pieni, mi concedo qualche minuto per respirare in silenzio — sulla poltrona di casa, in palestra, mentre preparo il tè.
Non è una fuga dal mondo, ma un modo per restare nel mondo senza farmi travolgere.
Il respiro mi insegna che posso rallentare anche se tutto intorno corre, che posso stare in ascolto anche se il rumore è forte, che posso tornare a me stessa ogni volta che lo desidero.

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Vorrei lasciarvi con un piccolo invito: quando sentite il cuore accelerare o la mente affollarsi, provate anche voi a fare quattro respiri al quadrato.
Sentite come l’aria entra e nutre, come esce e libera.
Non serve altro.
Solo respirare — con dolcezza, con presenza, con gratitudine.

E forse scoprirete, come è accaduto a me, che il respiro è davvero un ponte invisibile: tra corpo e anima, tra paura e fiducia, tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare.

Con un respiro lieve,
Raffaella 🌿

giovedì 6 novembre 2025

Quando il corpo parla


Cari amici del Giardino Interiore,

oggi torno a scrivere con un pensiero che da tempo mi accompagna e che piano piano ha preso la forma di un filo da seguire: il legame profondo tra il corpo e l’anima.

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Quante volte abbiamo l’impressione che il corpo “parli” prima ancora delle parole? Un gesto stanco, una postura chiusa, uno sguardo che brilla, un sorriso improvviso… tutto di noi racconta ciò che ci abita dentro. È come se il corpo fosse lo specchio in cui la nostra interiorità trova riflesso, anche quando non vogliamo o non sappiamo dirlo a voce.

Negli anni ho imparato che ascoltare il corpo significa, in fondo, ascoltare l’anima. Quando siamo tesi, lo stomaco si stringe; quando siamo sereni, il respiro si allarga; quando siamo in armonia, anche i movimenti diventano più fluidi e leggeri.

Il corpo è il tempio dello spirito.” scriveva San Paolo, ricordandoci che prendersene cura non è un atto di vanità, ma un gesto di rispetto e gratitudine verso la vita stessa.

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Per me, coltivare questa armonia passa attraverso piccoli rituali quotidiani. La palestra, ad esempio, non è soltanto uno spazio di allenamento fisico, ma un luogo dove mi concedo un tempo tutto mio, in cui mente e corpo dialogano in silenzio. Ogni esercizio diventa occasione per percepire le mie forze, riconoscere i miei limiti, respirare profondamente.

Poi ci sono le passeggiate quotidiane nelle vie vicine a casa… camminare lentamente, sentire il ritmo dei passi, osservare gli alberi o il cielo: tutto questo mi ricorda che la vita scorre, che nulla resta immobile, che dentro ogni movimento esteriore si cela un respiro interiore.

Nietzsche scriveva: “Tutti i pensieri veramente grandi si concepiscono camminando”. E in effetti, mentre cammino, spesso nascono intuizioni, parole nuove, piccole scintille che poi porto qui, in questo spazio di scrittura e condivisione.

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Il corpo, con i suoi segnali, è anche un maestro di sincerità. Non mente mai: ci avverte della stanchezza, ci segnala quando abbiamo bisogno di rallentare, ci invita a fermarci quando la mente vorrebbe correre troppo.

Ho compreso che onorare il corpo non significa inseguire la perfezione esteriore, ma rispettarne i ritmi, coltivarne la vitalità, lasciarlo essere ciò che è: un alleato prezioso che ci accompagna in questo viaggio terreno.

Come scrisse Marguerite Yourcenar: “Non c’è nulla di più prezioso nel mondo di un corpo che conosce la grazia della quiete e del movimento.

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Mi piace immaginare che ogni gesto di cura verso il prprio corpo — un respiro consapevole, una camminata, una distensione, persino il semplice atto di sedersi in silenzio — sia come annaffiare un fiore interiore. Poco a poco, da questi gesti nasce una serenità che non riguarda solo i muscoli o le ossa, ma che tocca in profondità anche l’anima.

Così il corpo diventa davvero specchio: quando ci sentiamo in armonia dentro, lo sguardo si illumina, la postura si apre, i movimenti si fanno più leggeri. E quando ci prendiamo cura del corpo, allo stesso modo coltiviamo la nostra interiorità.

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Vorrei che questo post fosse un invito a fermarsi un momento e a chiedersi: come sto abitando il mio corpo, oggi? Non come appare, ma come respira, come sente, come si muove.

Perché, come scrisse Rainer Maria Rilke: “Abbi pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore… e cerca di amare le domande stesse.” Anche il corpo porta con sé delle domande: ci chiede ascolto, presenza, gentilezza.

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Cari amici, concludo queste righe con un desiderio semplice: che ognuno di noi possa ritrovare, giorno dopo giorno, il piacere di abitare il proprio corpo come una casa viva, accogliente, luminosa. Che il movimento diventi una danza quotidiana e che l’interiorità possa rispecchiarsi in esso come in un lago limpido.

Grazie, come sempre, per la vostra presenza discreta e silenziosa in questo Giardino Interiore.

Con affetto,

Raffaella