sabato 21 febbraio 2026

La mia storia con la voce - Parte 4 - La voce oggi, tra gratitudine e desiderio


Cari amici del Giardino Interiore,

siamo giunti al quarto capitolo di questa esplorazione intima della mia vita e della mia voce. Dopo aver ripercorso l'incanto dell'infanzia, l'apprendistato tecnico e l'emozione della diretta, arrivata a questo punto del racconto sento il bisogno di condividere un'altra fase importante del mio percorso, che ha plasmato ciò che sono oggi.

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Le esperienze in radio e televisione hanno acceso in me una fiamma. Con il tempo, ho affinato le mie capacità, spinta da una passione instancabile per la dizione e la recitazione. Ho iniziato a collaborare con agenzie di comunicazione, prestando la mia voce a progetti audiovisivi di ogni tipo. Dalle presentazioni aziendali agli audiolibri, dalle audioguide ai documentari: ogni progetto era un'occasione per sperimentare il potere della voce al servizio di contenuti diversi, per raccontare mondi e regalare emozioni.

È stato proprio in questo crocevia tra passione e scopo che il mio amore per la radio, sbocciato nell'infanzia, si è trasformato in una missione del cuore: restituire un pizzico di quella magia al mondo. È con immensa gratitudine che ho donato la mia voce al Centro Nazionale del Libro Parlato (CNLP) "Francesco Fratta", dell'Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti ETS-APS, in un'esperienza che mi ha profondamente arricchita. Registrare audiolibri è il mio modo di regalare i miei occhi a chi non può vedere, rendendo la lettura un'emozione accessibile a tutti.

Proprio grazie a questa missione, ho avuto il privilegio di incrociare il cammino di una persona davvero speciale: Marco Buccellato, non vedente dalla nascita. La nostra non è stata una conoscenza convenzionale. Marco mi ha ascoltata per la prima volta in uno degli audiolibri che ho registrato per il CNLP, la mia voce ha catturato la sua attenzione e ha deciso di contattarmi: da quel momento, tra noi è nata un'amicizia autentica e profonda, che oggi mi rende sua fan, mentre seguo con entusiasmo i suoi blog pieni di vita e ispirazione.

Marco è un turbine di energia positiva, un uomo che affronta ogni alba con una gioia di vivere contagiosa. La sua condizione non ha mai offuscato il suo entusiasmo, né la sua inesauribile voglia di mettersi in gioco. Attraverso i suoi canali social, diffonde riflessioni e storie che sono pura iniezione di energia e speranza.

Ogni volta che ci sentiamo su WhatsApp, le sue "giornate wow!" sono un mantra che mi ricorda la bellezza di apprezzare ogni singolo istante, vivendo con gratitudine. Il suo è un insegnamento prezioso, un faro che guida verso una prospettiva di vita più luminosa.

Con Marco organizziamo delle splendide interviste su WhatsApp, che lui stesso registra e diffonde con entusiasmo sui suoi canali social. Ogni volta, per me, l'atmosfera è magica: sono delle piacevolissime chiacchierate tra amici, momenti in cui Marco si apre e condivide la sua straordinaria visione del mondo. Parliamo di come vive la disabilità, della sua passione viscerale per la musica, delle tappe che hanno segnato il suo percorso e dei sogni che ancora accarezza, persino di aneddoti divertenti con Alexa. Ma, sopra ogni cosa, è la sua capacità di coltivare la felicità che mi affascina.

Marco incarna la resilienza e la capacità di scorgere il bello anche nelle sfumature più complesse dell'esistenza. Adora condividere ricordi, il potere terapeutico della musica, il valore inestimabile della normalità. Il suo rapporto speciale con la tecnologia e la musica trasforma l'ordinario in momenti unici. È un privilegio ascoltarlo, le sue parole regalano un po' della sua incredibile luce.

Credo, oggi più che mai, nel potere della voce come strumento capace di emozionare.

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In questi anni, la mia voce non è ancora diventata quella professione che sognavo da bambina. Ma è rimasta incredibilmente viva, una fiamma che non si è mai spenta, una passione coltivata con dedizione, che ha trovato, con il tempo, strade nuove e sorprendenti per esprimersi.

A offrirmi un supporto enorme, un vero e proprio pilastro, è stato mio marito Fabio. Sin dall'inizio, sin da quando decidemmo di creare questo blog. È stato lui a credere per primo nelle mie capacità, a vedere in me il potenziale inespresso e a spingermi gentilmente, ma con fermezza, a creare inizialmente questo blog e più recentemente il canale YouTube "Il Giardino Interiore di Raffaella Rosati", lo stesso nome che tredici anni fa ho scelto con amore per dare voce alle mie sensazioni e condividere il mio mondo interiore.

Senza la sua pazienza infinita, il suo studio meticoloso, il suo impegno tecnico — dalla gestione dei video all'editing audio, un mondo per me sconosciuto — questo percorso digitale non sarebbe mai, e dico mai, iniziato. Vederlo felice nel vedermi entusiasta del mio stesso progetto è per me un dono prezioso, un motore che mi spinge ad andare avanti.

È stata sua anche l'idea dei podcast su Spreaker e Spotify, uno spazio dove la mia voce è libera di viaggiare. Ancora oggi, la sua presenza attenta e discreta dietro le quinte mi permette di concentrarmi su ciò che amo di più: la voce, l'ascolto e la condivisione con voi.

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Nel mio percorso artistico e personale ho dato vita al canale YouTube "Il Giardino Interiore di Raffaella Rosati". Più che un semplice spazio virtuale, è un angolo dell'anima a cui sono profondamente legata; un rifugio digitale dove coltivo e condivido emozioni. La missione di questo canale è semplice quanto ambiziosa: prestare la mia voce a testi che toccano nel profondo, con l'intento sincero di trasmettere amore, fiducia e speranza a chiunque si fermi ad ascoltare.

In questo mio canale social, un ruolo importante ha avuto l'amicizia sbocciata su Facebook con Loredana Bertone. Quella che inizialmente era una semplice conoscenza virtuale si è trasformata, con il tempo, in un legame solido, autentico e, soprattutto, in una bellissima e fertile sinergia creativa.

Molti dei video che vedete pubblicati sul mio canale prendono vita proprio dai suoi testi vibranti: poesie, racconti e filastrocche che Loredana scrive con una sensibilità rara, quella dolcezza e quella profondità d'animo uniche che la contraddistinguono. Lavorare insieme è diventato un vero e proprio simbolo della nostra comune passione e stima, dove la forza non risiede solo nelle sue parole o nella mia interpretazione, ma nell'unione delle nostre due prospettive e nella nostra reciproca empatia. Unire la potenza evocativa delle sue parole alla mia voce narrante e alle immagini che scelgo con cura, è un modo tangibile per celebrare non solo il suo spiccato talento artistico, ma anche la stima profonda e l'affetto reciproco che coltiviamo con cura da anni. È un'alchimia che spero arrivi dritta al cuore di chi ci segue.

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A volte le amicizie nascono e si rafforzano nei modi più inaspettati, superando le distanze fisiche grazie alla magia della condivisione digitale e artistica. È stato proprio così per me e Simona Bianchera.

Tutto è iniziato quando sono stata attratta da alcuni suoi testi, che ho sentito subito il desiderio di trasformare in video per il mio canale YouTube. Ho prestato la mia voce a quelle parole e, quando Simona li ha ascoltati, ha commentato con un entusiasmo tale per la mia interpretazione da dare il via a una bellissima conoscenza.

Sto parlando in particolare di due suoi brani, "Porte" e "Tempo", che fanno parte del suo toccante libro "Riflessioni per rinascere".

Da quel momento siamo rimaste costantemente in contatto. È con grande gioia e interesse che seguo l'evoluzione dei suoi progetti, e sono felice di essere stata coinvolta nella sua nuova iniziativa: prestare la mia voce per una raccolta di cinque  suoi testi inediti, tratti dal suo ultimo libro, "Il potere e l'energia delle parole", che è in procinto di essere pubblicato.

Questa collaborazione è la dimostrazione tangibile di come la condivisione di passioni, l'arte e un intento comune possano creare ponti meravigliosi e inaspettati tra le persone, arricchendone reciprocamente il percorso personale e artistico.

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La mia voce è ancora in cammino, proprio come lo sono io.

Ciò che a volte definisco il mio "talento" è in realtà il risultato di anni di ascolto, dedizione e pratica, un'aspirazione continua ad imparare. Che si tratti di dare voce ad un audiolibro modulando tono e ritmo, di interpretare un monologo intenso o di accompagnare i più piccoli nel magico mondo delle fiabe, il mio desiderio rimane sempre lo stesso: usare l'interpretazione per creare connessioni profonde con chi ascolta e arrivare al cuore.

In radio, in televisione, o qui, online, la mia aspirazione più grande è usare la mia voce per far vivere, con autenticità, ogni storia che scelgo di condividere, rendendola, spero, un'esperienza coinvolgente e memorabile per chi mi ascolta.

Non so quale forma prenderà domani, né dove mi condurrà. Ho imparato ad accogliere con gratitudine questa mia capacità di dare vita a storie ed emozioni. Ma una cosa l'ho imparata, seguendo il ritmo gentile delle onde del mare e l'intro perfetta di una canzone: i sogni veri sanno aspettare. E a volte, con l'amore e il supporto giusti, trovano strade inaspettate per fiorire.

Con affetto,

Raffaella

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Questo post è il quarto e conclusivo capitolo della serie «La mia storia con la voce».

Inizio dell'articolo: Parte 1 - Quando una voce accende un sogno

domenica 15 febbraio 2026

La mia storia con la voce - Parte 3 - Studiare la voce, crescere attraverso l'ascolto


Cari amici del Giardino Interiore,

riprendiamo il nostro viaggio. Vi ho lasciato con il ricordo della gioia pura e spontanea dei miei primi passi in radio, guidati dall'amore e non dall'ambizione.

La verità è che ogni passione autentica, se ascoltata a lungo e nutrita con cura, a un certo punto non si accontenta più solo della spontaneità: chiede di essere onorata attraverso lo studio e l'impegno.

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In quegli anni, accanto a questa passione, la mia vita ha seguito anche un altro sentiero. Mi sono laureata in Giurisprudenza mossa, prima di tutto, dal mio innato e profondo senso di giustizia. Non ho scelto questa facoltà con l'idea predefinita di intraprendere la carriera legale, quanto piuttosto per il semplice, puro amore dello studio e per seguire una sorta di tradizione familiare, visto che entrambi i miei genitori avevano scelto quella strada.

Fu solo dopo aver completato il mio percorso accademico che sentii, con forza ancora maggiore, il bisogno di tornare alla mia vera essenza: comprendere meglio la mia voce, affinarla, rispettarne la complessità e il potenziale. Ho seguito corsi di dizione, recitazione e doppiaggio, trasformando l'ammirazione di un tempo in studio attivo, ascoltando con attenzione maniacale i professionisti della radio e del doppiaggio televisivo per carpirne ogni segreto.

In quel periodo della mia vita, che ho vissuto con grande entusiasmo, imparai una lezione preziosa: che la comunicazione non passa solo dalle parole in sé, dal loro significato letterale, ma, in modo ben più potente, dal modo con cui vengono pronunciate. Imparai l'arte del tono, la magia del ritmo, il peso eloquente delle pause. Capii che una voce può accogliere, rassicurare, o emozionare, a prescindere dal messaggio, semplicemente attraverso la sua melodia intrinseca.

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Nel tempo ho avuto l'opportunità di dar voce alla mia passione in svariate forme presso alcune emittenti della Capitale: che si trattasse di conduzioni in diretta, approfondimenti in rubriche dedicate, interviste o spot pubblicitari, ogni ruolo era un'emozione autentica. Erano anni di pura adrenalina, vissuti al massimo, con un entusiasmo contagioso che non passava inosservato. Ogni esperienza era un tassello che si aggiungeva al mosaico: nulla era definitivo, ma tutto era intensamente formativo. I miei colleghi, scherzando sulla mia inesauribile energia e sul mio perenne stato di grazia, mi avevano affibbiato il soprannome affettuoso di "Friccicarella", un nomignolo che accoglievo con gioia perché descriveva perfettamente il mio stato d'animo: pimpantissima, entusiasta, al settimo cielo ogni giorno, per la fortuna di fare ciò che amavo.

Come speaker, la mia priorità era mantenere alto il coinvolgimento attraverso una conduzione che alternava news, curiosità ed interviste. La programmazione musicale non era casuale, ma seguiva una logica di palinsesto precisa: le hit del momento garantivano l’energia attuale, mentre i successi storici venivano inseriti in momenti chiave della giornata. Questa alternanza, programmata con orari certi, mi permetteva di fidelizzare l'ascolto e dare un’identità chiara e ordinata alla trasmissione.

L'esperienza per me più bella in campo radiofonico è stata Radioroma, un vero pezzo di storia della Capitale. Lavorare lì significava respirare la storia della prima radio privata della città, nata nel lontano 1975: un luogo iconico dove la passione per l'etere si fondeva con le radici della radiofonia romana.

Di quel periodo in radio riaffiorano alla mia mente tantissimi ricordi, specialmente quelli divertenti legati ai colleghi. Uno su tutti mi fa ancora sorridere: i conduttori dei programmi sportivi, notando la mia folta chioma riccia e castano chiaro, scherzando dicevano che ero la perfetta reincarnazione del leone-simbolo della Metro-Goldwyn-Mayer. Fu così che, per gioco, prestai la mia voce per annunciare l'inizio dei loro programmi sportivi, un aneddoto che racchiude bene lo spirito leggero e goliardico che si respirava in quegli studi.

Volando indietro nel tempo, ai giorni passati in quegli studi radiofonici, l'aspetto che porto nel cuore con maggiore tenerezza è il legame che si era creato con chi mi ascoltava. Il mio ruolo era diventato, quasi senza accorgermene, quello di una "voce amica".

L'etere ha un potere magico: abbatte le distanze fisiche e crea una vicinanza emotiva sorprendente. Gli ascoltatori mi chiamavano in studio non solo per chiedere un brano o per partecipare a un gioco, ma per il puro piacere di scambiare due chiacchiere, per condividere un pensiero, a volte una confidenza. Si era instaurato un rapporto di compagnia, un'intimità confidenziale che andava oltre il microfono e le cuffie.

La cosa più emozionante avveniva quando il rapporto via etere si materializzava: alcune persone hanno voluto superare la barriera della radio e sono venute a trovarmi di persona negli studi. Incontrare i volti dietro quelle voci amiche, stringere loro la mano o ricevere un abbraccio, ha reso tangibile e ancora più prezioso quel legame invisibile che avevamo costruito giorno dopo giorno sulle frequenze. Ogni loro storia, ogni risata, ogni momento di condivisione, mi ha confermato che la radio, quando è fatta con il cuore, è molto più di un semplice mezzo di comunicazione: è un luogo di incontro, di calore umano e di vera connessione emotiva.

Ricordo con un sorriso che la gestione della diretta richiedeva una costante e divertente attenzione, perché a volte capitava di essere "on air" (ovvero in diretta, con il microfono aperto e la voce trasmessa a tutti gli ascoltatori) senza rendersene conto, magari scambiando una battuta con il fonico mentre la musica sfumava! Quei piccoli, involontari "fuori onda" (una conversazione privata che finiva in diretta per un attimo di distrazione) venivano gestiti sul momento con grande spontaneità e simpatia. Lungi dall'essere un problema, questi imprevisti rendevano l'atmosfera ancora più autentica e divertente: gli ascoltatori adoravano questi siparietti non previsti, l'esperienza radiofonica diventava ancora più umana e genuina, rafforzando ulteriormente il nostro legame di complicità.

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Verso la fine degli anni '90 ho colto al volo un'opportunità inaspettata: Telesimpaty, un'emittente televisiva di Roma, mi ha proposto di condurre un notiziario locale. È stato l'inizio di una nuova avventura, un banco di prova stimolante che richiedeva un approccio diverso e decisamente più rigoroso rispetto alla spontaneità radiofonica.

In radio, la voce era l'unica protagonista, uno strumento malleabile con cui creare mondi invisibili, dove potevo permettermi di chiudere gli occhi e "vedere" gli ascoltatori. La TV, invece, imponeva una presenza totale: l'adrenalina saliva alle stelle non appena mi sedevo sotto quei faretti caldi, le mani mi sudavano, e l'ansia di essere "vista" si sommava a quella di essere "ascoltata".

Inizialmente la sfida era quasi insormontabile. Non c'era un gobbo elettronico a facilitarmi il compito, ma solo i fogli di carta che tenevo saldamente nelle mani, con le notizie che avevo preparato io stessa. Leggevo inquadrata dalle telecamere, cercando di essere il più naturale possibile, ma era un'impresa che richiedeva una concentrazione incredibile e una coordinazione innaturale dovendo gestire in continuazione lo sguardo che passava dalle righe scritte all'obiettivo della telecamera. In radio potevo permettermi un'interpretazione più libera; in TV dovevo gestire la pressione dei riflettori, controllare ogni muscolo del viso, ogni movimento delle mani, lottare per mantenere quel filo invisibile di intimità con chi mi guardava.

Per il mio debutto, in un impeto di ingenua audacia, indossai un tailleur lilla, un colore che mi fu sussurrato essere un antico presagio nefasto per l'etere. Ma non potevo tirarmi indietro, non avevo alternative: gli abiti non venivano forniti dall'emittente.

Ci sono momenti nella vita che restano impressi nel cuore non per la loro importanza storica, ma per la loro pura, semplice umanità, per la loro capacità di ricordarci che siamo, prima di tutto, persone, al di là del ruolo che ricopriamo. Uno di questi momenti è legato proprio a quel mio percorso professionale in TV, al mio battesimo del fuoco con l'imprevedibilità della professione.

Ero in onda, in diretta e conducevo il notiziario. L'adrenalina scorreva nelle vene, la concentrazione era totale, rivolta verso la telecamera. In quei momenti esisti solo tu e la notizia che stai per dare, immersa in una bolla di serietà e rigore assoluto.

E poi, la vita irrompe. Non un crollo, non un errore tecnico, ma il tocco delicato di una foglia. Proprio dietro di me, fuori campo visivo ma a portata di sensazione, qualcuno stava posizionando una grande pianta per abbellire lo studio. E, nel trambusto silenzioso del dietro le quinte, un ramo ha deciso di fare amicizia con la mia acconciatura.

Ho sentito un leggero, quasi impercettibile, solletico sul collo. Un tocco gentile, vivo, inaspettato, mentre stavo parlando di cose serissime, di cronaca. È stato un attimo, ma nel mio cuore si è scatenato un piccolo, tenero conflitto: la rigidità del ruolo contro la tenerezza dell'imprevisto.

Ho mantenuto la mia compostezza esteriore, il volto impassibile, la voce ferma. Ma dentro di me, ho sorriso. Ho sorriso alla bellezza di quel momento, alla vita che si fa strada anche nel set più ingessato. Mi ha ricordato che dietro le luci e le telecamere, c'è sempre un mondo che respira, che si muove, che a volte, con leggerezza, ti accarezza i capelli con una foglia verde.

È un ricordo che mi porto dentro con affetto, un piccolo segreto tra me, la pianta e il pubblico che forse non ha notato nulla. Un episodio che mi ha insegnato la grazia dell'imperturbabilità, ma anche l'importanza di non dimenticare mai la poesia del momento, anche quando la realtà irrompe in diretta TV.

Di questo periodo conservo momenti preziosi. Grazie ai miei genitori, che mi seguivano con affetto da casa, ho ancora gelosamente custodite le videocassette che mi hanno immortalata. Rivederle oggi mi riempie di dolce nostalgia. Loro purtroppo non ci sono più, ma il ricordo della loro gioia nel vedermi realizzare i miei sogni nel cassetto rimane indelebile nel mio cuore.

Il mio viaggio non si ferma qui! A volte la vita ci riserva sorprese, indicandoci nuovi percorsi dove la nostra passione può fiorire e, soprattutto, donarsi agli altri.

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Questo post è il terzo capitolo della serie «La mia storia con la voce».

Continua a leggere: Parte 4 - La voce oggi, tra gratitudine e desiderio

Inizio dell'articolo: Parte 1 - Quando una voce accende un sogno


sabato 7 febbraio 2026

La mia storia con la voce - Parte 2 - I primi passi, più per amore che per professione


Cari amici del Giardino Interiore,

riprendo questo racconto seguendo il filo sottile e prezioso che unisce la mia vita alla voce, per esplorare il momento in cui ho smesso di sognare e ho iniziato a fare.

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Ci sono passioni che non bussano alla porta chiedendo subito di diventare una professione, di trasformarsi in carriera. Chiedono, prima di tutto, spazio, ascolto, la possibilità di esprimersi con leggerezza. I miei primi passi nel mondo della radio sono stati esattamente così: guidati dall'amore più puro, non dall'ambizione di arrivare chissà dove.

Decisi di fare sul serio: iniziai a studiare per migliorare la mia voce, mi dedicai alla dizione e alla lettura espressiva con una curiosità insaziabile. 

Il mio desiderio più grande era quello di lavorare in radio, e speravo con tutto il cuore che qualcuno, prima o poi, potesse ascoltare la mia voce e darmi un'opportunità.

Il primo passo di questa avventura lo mossi io, con un gesto semplice e audace insieme: una telefonata ad una radio durante una trasmissione in diretta, solo per complimentarmi con il conduttore e richiedere un brano.

Quella chiamata improvvisata mi valse un invito a visitare la radio. Ero lì, dietro il vetro, completamente rapita da quella magia che avevo solo ascoltato da lontano. Iniziarono chiedendomi, quasi per gioco, di rispondere alle chiamate degli ascoltatori, in pratica mi fecero partecipare in diretta al programma.

Fu un assaggio, un'emozione indescrivibile. E poco dopo, l'inaspettato, il sogno che si avverava: il direttore artistico mi propose di collaborare, da subito, per tre ore tutti i pomeriggi, dal lunedì al venerdì con un programma d'intrattenimento musicale. Tutto ciò che avevo sempre desiderato si stava realizzando!

Parlare al microfono, preparare quei contenuti che mi emozionavano, entrare in diretta sapendo che qualcuno, da qualche parte, mi ascoltava, era una gioia semplice, quotidiana, eppure di un'intensità travolgente. Ogni pomeriggio diventava un appuntamento fisso con la felicità.

Abituarsi a quel "rosso" del microfono acceso, a quell'aria rarefatta e carica di energia dello studio, divenne la mia nuova normalità. Non era solo intrattenimento musicale; era un dialogo costante, un filo invisibile che mi legava a persone sconosciute, che magari stavano guidando l'auto, lavorando o semplicemente cercando un po' di compagnia.

Non cercavo traguardi da scalare o vette da raggiungere; ogni singola trasmissione aveva il sapore autentico e puro della scoperta, della condivisione inattesa, e non ho mai smesso di stupirmi di quella connessione.

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Negli anni '90 fare radio era un'altra cosa, un mestiere che sapeva ancora di lavoro manuale.

Non esistevano automatismi freddi, né playlist infinite che scorrevano da sole. La speaker era il fulcro di ogni cosa, gestendo con ascolto vigile e presenza totale ogni momento. Spesso — e fu chiesto anche a me — chi conduceva doveva imparare a fare tutto: governare la consolle, mandare in onda i brani, le pubblicità, i jingles. La voce, da sola, non bastava: doveva dialogare in tempo reale con la tecnica, istante dopo istante, senza possibilità di distrazione, con un'attenzione quasi maniacale.

È lì, in quella cabina insonorizzata, che ho compreso che il vero talento non si misurava solo nel modo in cui parlavo, nel tono della mia voce, ma nella capacità quasi magica di centrare l'intro. Un gesto piccolo, quasi invisibile all'ascoltatore, eppure assolutamente decisivo. Un esercizio di ascolto profondo e di precisione millimetrica: in quel passaggio silenzioso, voce e tecnica smettevano di essere due cose separate e diventavano un unico flusso, naturale, continuo.

Centrare l'intro significava proprio questo: smettere di parlare un istante prima che il cantante iniziasse a cantare la sua prima parola. Non durante, non dopo e nemmeno troppo prima, lasciando un vuoto innaturale. L'ultima mia sillaba doveva appoggiarsi sull'introduzione musicale e ritirarsi, leggera, per lasciare spazio alla voce del brano. Era una questione di respiro, più che di cronometro. L'ascoltatore non percepiva lo stacco, sentiva solo armonia.

Per questo non era solo tecnica. Richiedeva ascolto profondo dell'intro, conoscenza del brano, sensibilità musicale, presenza mentale totale.

Fare radio, allora, era un'esperienza completa, totalizzante. La diretta insegnava a esserci davvero, ad ascoltare prima di parlare, ad accogliere l'imprevisto con lucidità. E forse, senza saperlo, insegnava anche qualcosa di più profondo: il valore dell'equilibrio, del tempo giusto, del silenzio che prepara la musica.

La gioia, la vera gioia, stava tutta lì: fare ciò che amavo, anche senza certezze e senza grandi ritorni economici. Un cammino nato più per amore che per professione, ma non per questo meno autentico.

Nel prossimo capitolo, vi racconterò di come la voce abbia continuato a guidarmi, anche mentre la mia vita prendeva altre strade.

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Questo post è il secondo capitolo della serie «La mia storia con la voce».

Continua a leggere: Parte 3 - Studiare la voce, crescere attraverso l'ascolto

Inizio dell'articolo: Parte 1 - Quando una voce accende un sogno

sabato 31 gennaio 2026

La mia storia con la voce - Parte 1 - Quando una voce accende un sogno


Carissimi amici del Giardino Interiore,

oggi vorrei fare qualcosa di diverso. Non il solito post, non un pensiero fugace, ma un vero e proprio invito: sediamoci un attimo insieme.

Voglio aprirvi il mio cuore e iniziare con voi un viaggio, condividendo non solo delle parole, ma un pezzo della mia anima. È una storia intima che si svela piano piano, capitolo dopo capitolo, fatta di passione per la voce e per l'ascolto che mi accompagna da sempre, e di quei sogni delicati che, con il tempo e la pazienza, stanno ancora cercando la loro forma.

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Ci sono passioni che non irrompono nella vita come un temporale estivo, ma si fanno strada in punta di piedi, lentamente, quasi fossero un sottofondo gentile che ti accompagna fin dall'infanzia e cresce, silenzioso, insieme a te. La mia, da sempre, ha avuto un suono ben preciso, capace di scaldarmi dentro: il suono della voce umana.

Porto ancora un'immagine vivida e nitida impressa nel mio cuore. Io, piccolissima, per mano ai miei genitori nella grande e caotica stazione Termini di Roma. Mentre il mondo attorno a noi correva, io rimanevo lì, incantata, rapita ad ascoltare quella voce. Non le chiacchiere, ma la voce ufficiale che annunciava l'arrivo e la partenza dei treni. Era una voce chiara, sicura, incredibilmente presente, capace di trasmettermi un rassicurante senso di ordine e di guida in quel caos. L'ascoltavo con un'ammirazione quasi sacra e, dentro di me, con l'innocenza di una bambina, fantasticavo: "Chissà se un giorno potrò essere io quella voce?".

Quel piccolo incanto, quella sensibilità verso le voci, mi ha sempre accompagnata crescendo. Fin da bambina, infatti, ero dolcemente affascinata da quelle che sentivo uscire dalla radio di casa. Più che la musica, mi colpiva quella magia sottile, quasi alchemica, capace di creare una vicinanza profonda senza alcun bisogno di immagini. Era un potere incredibile: bastava un timbro, un'inflessione, una voce per evocare mondi interi, per accendere la fantasia e colorare la giornata di una luce diversa.

Potrei definire “galeotta” un'emittente radiofonica che, con la complicità del mare, mi ha regalato un pezzo indelebile della mia infanzia. Riesco ancora a sentire l'odore della salsedine mescolato a quelle note e al fruscio leggero delle onde in sottofondo. Non era una radio qualunque, era la colonna sonora delle mie estati, un soffio di musica che si diffondeva attraverso gli altoparlanti sbiaditi dal sole, irradiando direttamente sulla sabbia calda. Ogni brano, ogni annuncio, sembrava scritto apposta per quel preciso istante, un legame invisibile tra la mia spensieratezza e l'etere.

Questa consapevolezza, che il suono potesse plasmare le emozioni e i ricordi, crebbe ulteriormente quando mi innamorai di Teleradiostereo, una delle prime, coraggiose, emittenti private romane che segnarono un'epoca.

Ricordo perfettamente: la mia voce di bambina provava a catturare l'essenza della mia conduttrice preferita degli anni '70, Davina. Insieme a Dario, formavano una coppia iconica, le cui trasmissioni non erano semplici programmi radiofonici, ma veri e propri appuntamenti con l'incanto, momenti sospesi nel tempo che attendevo con ansia. Entrambi possedevano voci meravigliose, timbri che accarezzavano l'aria con una delicatezza e un'eleganza d'altri tempi. Seduta sul tappeto, con l'orecchio incollato alla radio, cercavo, a modo mio, di riprodurne il tono, la cadenza pacata, sognando ad occhi aperti di essere un giorno anch'io dietro quel microfono, a tessere quella stessa magia.

Quella passione profonda per la voce e il suo potere espressivo trovò presto un nuovo, inaspettato palcoscenico.

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Qualche anno più tardi, quando i miei genitori acquistarono una segreteria telefonica per casa, per me fu una vera festa, l'occasione perfetta per sperimentare in prima persona quell'arte. 

Mi divertivo a registrare i messaggi, scegliendo con cura le parole e inserendo una musica di sottofondo che li accompagnasse in modo delicato e accogliente, quasi volessi trasformare anche un semplice messaggio in un momento di piccola radiofonia domestica.

In quei brevi messaggi in segreteria, la ricerca del tono giusto, del ritmo perfetto, si faceva viva, un piccolo atto d'amore per la comunicazione che avevo imparato ad amare in riva al mare, ascoltando quelle voci meravigliose.

Ma fu in un'occasione speciale che compresi davvero la forza della voce come strumento di cura e vicinanza.

Ero alle scuole superiori e ricordo come fosse ieri il piacere, e la responsabilità, di registrare alcune riflessioni tratte da "Un'arte di vivere" di Amadeus Voldben, un autore che ho nel cuore e i cui testi conservo ancora oggi nella mia biblioteca. Decisi di raccogliere quelle perle di saggezza, così utili per lo spirito, e di inciderle su una cassetta che avrei regalato a una mia cara amica che attraversava un momento particolare della sua vita. In quell'atto, registrando la mia voce con cura e affetto, ho messo in pratica tutto ciò che avevo imparato, usando il tono giusto per accompagnare quelle parole, felice di restituire quel pizzico di magia e compagnia che la radio aveva regalato a me da bambina.

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Col tempo, sentii sempre più nascere un desiderio impellente: volevo andare oltre, volevo usare la mia voce, sperimentarla, mettermi finalmente dall'altra parte del microfono. Registrare, riascoltarmi, modulare il suono non era un compito, ma un gioco fatto di pura intuizione e curiosità infinita.

Non sapevo ancora dove tutto questo mi avrebbe condotta, né che forma avrebbe preso nel futuro. Ma una cosa, nel profondo, era chiara: la voce avrebbe avuto un posto importante, anzi, fondamentale, nella mia vita.

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Questo post è il primo capitolo della serie «La mia storia con la voce».

Continua a leggere: Parte 2 - I primi passi, più per amore che per professione

lunedì 29 dicembre 2025

2026 · Un nuovo anno da accogliere, come augurio di pace


Il nuovo anno si avvicina in punta di piedi.

Non fa rumore, non chiede promesse solenni, non pretende liste infinite di obiettivi. Arriva così com’è: come una soglia da attraversare, come una pagina ancora bianca che attende di essere abitata.

In questo tempo di passaggio sento il bisogno di fare spazio, più che di fare bilanci.

Di lasciare che ciò che è stato trovi il suo posto dentro di me, senza fretta di giudicare, senza la necessità di dare subito un senso a tutto. Alcuni giorni dell’anno che si chiude li porto nel cuore con leggerezza, altri con un silenzio più profondo, ma tutti hanno contribuito a modellare il mio sguardo e il mio modo di stare nel mondo.

Ci sono esperienze che hanno lasciato sorrisi, altre che hanno chiesto pazienza, altre ancora che mi hanno insegnato a rallentare e ad ascoltare di più. Anche ciò che non si è compiuto, anche ciò che è rimasto in sospeso, ha avuto un suo valore. Nulla è andato perduto, se ha saputo insegnarmi qualcosa su chi sono e su ciò che conta davvero per me.

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Con l’arrivo del 2026 non sento il desiderio di augurare “di più”, ma di meglio:

  • Migliore ascolto
  • Migliore presenza
  • Migliore fedeltà a ciò che, nel profondo, siamo davvero.

Viviamo in un tempo che ci spinge continuamente ad accelerare, a riempire, a dimostrare. Eppure, ciò che nutre l’anima nasce quasi sempre dal contrario: dalla lentezza, dal silenzio, dalla capacità di restare.

Entrare nel nuovo anno con passo lieve significa non forzarsi a essere diversi, ma concedersi di essere più autentici. Significa imparare a rispettare i propri tempi, accogliere i propri limiti, onorare anche le fragilità come parte del cammino.

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C’è un augurio che sento particolarmente vicino: non perdere il contatto con il proprio centro.

Quel luogo interiore in cui possiamo tornare ogni volta che il mondo diventa troppo rumoroso, ogni volta che le aspettative ci allontanano da noi stessi.

Che il 2026 possa regalarci la capacità di respirare prima di reagire, di ascoltare prima di giudicare, di scegliere con il cuore prima che con la paura. Che possa insegnarci a riconoscere ciò che è essenziale e a lasciare andare ciò che appesantisce.

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Nel nuovo anno non auguro perfezione, ma gentilezza.

Non auguro assenza di dolore, ma forza interiore.

Non auguro strade facili, ma sguardi capaci di trovare senso anche nei passaggi più difficili.

E auguro, a ciascuno di noi, di non dimenticare la bellezza delle cose semplici: una parola sincera, un tempo condiviso, un gesto di cura, un silenzio che consola.

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Il Giardino Interiore continuerà a essere questo: uno spazio senza fretta, dove le parole non servono a riempire, ma a far respirare. Un luogo dove fermarsi, sostare, ritrovarsi.

Con questo spirito, auguro a chi legge un Nuovo Anno abitato, vissuto con consapevolezza, attraversato con coraggio e custodito con amore.

Che il 2026 sia per tutti noi un anno in cui imparare, un po’ di più, a stare… con noi stessi, con gli altri, con la vita.

Con affetto e gratitudine,

Raffaella